IMI - Introduzione e fonti

a cura di Fabrizio Tosi

Gli internati militari bolognesi. Una analisi preliminare.

 

1. Introduzione. Una data tragica: 8 settembre 1943

Mentre nella serata dell’8 settembre 1943 il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal Re capo del governo dopo  l’arresto di Mussolini, annunciava la firma dell’armistizio con gli Alleati angloamericani, la Wehrmacht metteva subito in azione il piano "Achse",  predisposto in vista di una possibile uscita dell’Italia dalla guerra e di un crollo del fascismo.

Questo piano, elaborato dal Comando supremo delle forze armate tedesche (Oberkommando der Wehrmacht – OKW) a partire già dal maggio 1943, prevedeva di occupare porti, aeroporti, ferrovie, impianti di comunicazione e disarmare immediatamente i soldati italiani presenti in ogni settore di operazioni, senza limiti nell’uso della forza.

La sua rapidissima attuazione colse di sorpresa i  comandi territoriali e di piazza italiani, lasciati, come è noto, senza ordini precisi dal comando supremo, dal governo e dal Re, fuggito con la sua corte a Brindisi per mettersi al sicuro sotto la protezione alleata.

I tedeschi invece, che avevano fatto affluire durante il periodo badogliano nuove divisioni sia in Italia che nei Balcani, immediatamente fecero prigionieri tutti i militari italiani trovati nelle caserme o allo sbando, al di là dei momenti di resistenza, anche armata, che pure si verificarono sia in Italia che, soprattutto, nelle isole greche di Cefalonia, Corfù e Rodi.

Complessivamente vennero disarmati poco più di un milione di soldati. Poco meno di 200.000 di essi riuscirono a sfuggire alla cattura, particolarmente in Italia, ma circa 800.000 militari vennero catturati sui vari fronti, la gran parte nei Balcani, il resto in Italia e in Francia.

Di essi, una parte (oltre 90.000) aderì subito alla Repubblica Sociale Italiana, nata il 18 settembre 1944, o scelse il reclutamento nella Wehrmacht o addirittura nelle SS. Un’altra parte aderì successivamente. In totale ammonteranno ad oltre 180.000 i cosiddetti “optanti”.

Ma oltre 600.000 militari, ufficiali e truppa, rifiutarono, in varie occasioni, l’adesione alla RSI. Essi rimasero per un brevissimo periodo “Kriegsgefangenen”, prigionieri di guerra, poi, con ordine di Hitler del 20 settembre 1943, acquisirono la qualifica di  “Italienische Militärinternierte” - IMI, internati militari italiani, una figura giuridica non prevista dalle vigenti convenzioni di Ginevra, in quanto militari di una nazione di nuovo alleata (la RSI appunto).

Questi dati, necessariamente approssimativi, sono tratti dal monumentale studio dello storico tedesco Gherard Schreiber, pubblicato nel 1992 per lo Stato Maggiore dell’Esercito, con il titolo “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich”.

Fra essi, gli IMI bolognesi assommarono a circa 9.000, secondo le stime della ricercatrice bolognese Rossella Ropa, riferite nel libro “Prigionieri del terzo Reich. Storia e memoria dei militari bolognesi internati nella Germania nazista” (CLUEB, Bologna 2008).

In poche settimane queste enormi masse di soldati furono smistate nei campi di internamento in Germania e in Polonia, mentre pochi rimasero nei Balcani. I militari di truppa e i graduati inferiori vennero internati negli Stalag (o Stammlager, abbreviazione di Mannschaftsstamm- und Straflager), gli ufficiali negli Oflag (Offizierslager). A seconda delle esigenze lavorative del Reich – ricordiamo che quasi tutti i tedeschi validi erano al fronte – gli internati venivano spostati anche per migliaia di chilometri. In estrema sintesi, già entro l’autunno 1943 i militari di truppa si trovarono al lavoro, anche nelle fabbriche di armamenti, cosa per altro proibita dalla Convenzione di Ginevra che, però, come già accennato, non si applicava agli IMI.

È ancora oggi apertissimo il dibattito se e in che misura il rifiuto della grande maggioranza degli IMI sia da attribuire ad una forma più o meno consapevole di “resistenza”. C’è però accordo generale sui seguenti motivi di rifiuto dell’adesione:
    • fedeltà al Re, in particolare tra ufficiali e carabinieri
    • enorme stanchezza per una guerra fallimentare e volontà conseguente del ritorno a casa e alle famiglie
    • antipatia, se non odio, verso i tedeschi, per la loro arroganza e prepotenza
    • infine un diffuso sentimento di sfiducia nel regime ed anche in Badoglio.

È altresì noto che un certo numero di militari, in Albania, Montenegro e anche in Grecia si unirono alle bande partigiane locali, così come fecero in Italia molti militari sbandati.

Ecco la carta dell’Europa occupata dove vennero internati i militari italiani. Alcune decine di migliaia rimasero internati nei Balcani, utilizzati soprattuto in mansioni di lavoro obbligatorio come “ausiliari”, in reparti aggregati alle unità operative della Wehrmacht.

I distretti militari (Wehrkreise) erano numerati da I a XXI (a cui si aggiungeva il territorio del cosiddetto “Governatorato Generale” in parte della ex-Polonia) e coprivano l’intera Germania, l’intera Austria, la regione francese dell’Alsazia annessa al Reich, parte della ex Cecoslovacchia e, appunto, l’intera Polonia. Altri campi di internamento che, generalmente non hanno interessato militari italiani, erano dislocati nei Paesi baltici, in Ucraina e nell’attuale Bielorussia.

 

Mappa dei campi di internamento militare nel Reich. Dal sito della ANRP (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall'Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari): https://lessicobiograficoimi.it/index.php/maps/show

 

2. Le fonti, la bibliografia

 

FONTI

Dei circa 9.000 internati militari bolognesi (secondo le ricerche di Rossella Ropa) esamineremo qui un campione di 5.700 nominativi, pari a circa il 63% del numero totale stimato, una porzione che possiamo ritenere statisticamente significativa e sufficientemente rappresentativa dell’universo degli IMI bolognesi, salvo alcune peculiarità.

Tale campione è stato costruito attingendo a fonti diverse.

La prima è rappresentata dalla documentazione, in sé disomogenea, contenuta negli Arolsen Archives (archivi online del già ITS - International Tracing Service, con sede a Bad Arolsen: https://arolsen-archives.org/en/), rappresentata da liste di campi di internmento, liste di compilaizone aziendale, liste compilate da uffici del lavoro e di assistenza sanitaria, certificati di decesso, in cui è presente la dicitura IMI, “Entlassen IMI” o “Kriegsgefangenen”.

Un’altra fonte di particolare importanza che è stata utilizzata è rappresentata dalle schede nominative predisposte dalla  ANRP  (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia), attingendo alle principali fonti disponibili, reperibili in un sito web dedicato (LeBi; Lessico Biografico degli IMI - Internati Militari Italiani -  https://lessicobiograficoimi.it/index.php/)

Una ulteriore fonte è rappresentata dalle liste compilate a cura della Croce Rossa italiana al momento del rimpatrio nel 1945 degli italiani che erano stati prigionieri o internati a vario titolo in Germania (deportati in campi SS, internati militari, lavoratori coatti), pubblicata in una sezione del sito https://tecadigitaleacs.cultura.gov.it/home/index.aspx, organizzata per centri alloggio e contenente un volume per ogni Provincia di nascita e/o residenza.

Anche i dati provenienti da questa fonte sono stati integrati e confrontati con quelli provenienti dagli archivi  di Bad Arolsen e del LeBi di ANRP. Son talvolta presenti differenze nella data di nascita o nella grafia dei nominativi. In essa talvolta il nome del campo di internamento riportato negli elenchi appare incongruo con il numero di immatricolazione. È probabile che diversi internati abbiano riportato correttamente il numero di matricola, ma abbiano fornito l’indicazione solo dell’ultimo campo di destinazione o di quello che appariva loro più significativo.

In aggiunta alle principali fonti citate, abbiamo potuto consultare le schede di registrazione di un consistente numero di ex soci ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati nei Lager nazisti), presenti nel fondo di quella associazione conservato presso l’Istituto Storico Parri – Bologna Metropolitana.

Ulteriore documentazione infine è stata reperita attraverso la consultazione di archivi comunali della provincia di Bologna, ed è giunta da alcuni archivi di famiglia.

In generale, è doveroso segnalare alcuni limiti che emergono dalla composizione del campione esaminato attraverso le fonti citate.

Nel campione di indagine esaminato, in 2.006 casi si tratta di nominativi di IMI di cui non è stato possibile determinare con precisione il campo di internamento (Stalag o Offlag), anche se in 1.176 di essi è presente un numero di matricola. Nella maggior parte dei casi tuttavia si è potuto presumere almeno il distretto militare regionale in base alla serie della matricola, oppure in base al luogo di impiego lavorativo risultante dalla documentazione degli Arolsen Archives o in altre fonti. In 72 casi inoltre il nominativo proviene esclusivamente da schede di “Displaced Person” di compilazione alleata dopo la liberazione, contenenti dati forniti con autodichiarazioni.

Nel campione inoltre, è indicato un numero di 491 decessi pari all’8,6% circa sul campione stesso. Con tutta evidenza siamo in presenza di una sovra rappresentazione rispetto alle percentuali di decessi riportate in genere da altre trattazioni sull’internamento militare di italiani, anche non lontanissima dalle stime ad esempio dello Schreiber e della Hammermann secondo i quali le percentuali di IMI deceduti possono essere state tra il 5 e 6%. Una possibile spiegazione proviene dalla constatazione che la documentazione dei deceduti è più ampia e abbondante per la presenza dei certificati di morte rilasciati dopo la guerra, e per le informative che i comandanti dei campi trasmettevano ai comandi superiori. Le informazioni concernenti i deceduti sono spesso anche più complete, e riportano i nominativi dei parenti, lo stato civile e la professione del militare.

 

BIBLIOGRAFIA

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De Caro Marcello, Storia di una resistenza. Gli internati militari italiani, Padova, Ciesse Edizioni, 2022
Franzinelli Mimmo, Schiavi di Hitler. I militari italiani nei lager nazisti, Milano, Mondadori, 2023
Frontera Sabina, I Militari italiani negli Oflag e negli Stalag del Terzo Reich, tratto dal sito internet www.lessicobiograficoimi.it curato da A.N.R.P., Associazione nazionale reduci della Prigionia.
Hammermann Gabriele, Gli internati militari italiani in Germania, Bologna, Il Mulino, 2009
Labanca Nicola, Prigionieri, internati, resistenti, Bari, Laterza Editori, 2020.
Mantelli Brunello, Nicola Tranfaglia (a cura di), Il libro dei deportati, vol. I, Milano, Mursia, 2011
Pascale Silvia, Materassi Orlando, Internati militari italiani. Una scelta antifascista, Treviso, Editoriale Programma, 2022.
Ropa Rossella, Prigionieri del terzo Reich. Storia e memoria dei militari bolognesi internati nella Germania nazista, Bologna, CLUEB, 2008.
Rossi Aga Elena, Giusti Maria Teresa, Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940 -1945, Bologna, Il Mulino, 2011
Schreiber Gherard, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich, Roma, Stato maggiore dell’Esercito, 1992
Vialli Vittorio, Ho scelto la prigionia. La Resistenza dei soldati italiani deportati 1943-1945, Bologna, Il Mulino, 2020

 

 

 

 

 

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