Dalla Libia all'internamento a Bologna

 

La presenza ebraica in Libia

La presenza degli ebrei in Libia è antichissima ed inizia in epoca pre-cristiana. Nel corso dei secoli - già durante l’Impero romano, poi, dopo le parentesi di occupazione spagnola e maltese,  sotto la dominazione turca iniziata nel 1551- consistenti comunità ebraiche si insediarono e svilupparono a Tripoli, Bengasi e regioni vicine, dedite ad importanti attività artigianali, commerciali e finanziarie.
La presenza ebraica in Libia fu in seguito ampliata dall’arrivo di correligionari provenienti da varie nazioni europee, che portarono ad esempio al censimento in Tripolitania, a inizio Novecento, di ebrei inglesi, olandesi, austriaci e italiani, provenienti questi ultimi soprattutto da Livorno.1

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A seguito dell’occupazione italiana, iniziata nel 1911, i rapporti tra comunità ebraiche locali e l’amministrazione coloniale rimasero in generale abbastanza buone, data anche l’importanza fondamentale assunta dagli ebrei locali nella economia della Libia, mentre gravi tensioni caratterizzavano invece i rapporti italiani con la popolazione araba, resasi protagonista di coraggiose, e inizialmente vittoriose, ribellioni. Nel 1931 un censimento della popolazione ebraica in Libia individuava circa 25.000 presenze complessive, di cui oltre 15.000 a Tripoli, e 5.000 nella restante Tripolitania.2

La situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni Trenta. Ancora nel 1937 gli ebrei libici avevano accolto con entusiasmo la visita di Mussolini, rassicurati dalle sue dichiarazioni che sarebbero stati trattati al pari dei cittadini italiani, liberi di continuare a professare la propria religione. L’emanazione della legislazione italiana cosiddetta «razziale» l’anno successivo pose fine a quella illusione, anche se in Libia inizialmente la sua applicazione fu attuata con modalità assai attenuate rispetto al territorio metropolitano, grazie soprattutto all’intervento del governatore Cesare Balbo, che obbligò tuttavia le scuole e i negozi di ebrei a rimanere aperti anche il sabato.

Scomparso Balbo, nel 1940, e subentrato Ettore Bastico, la situazione cominciò rapidamente a peggiorare. La svolta decisiva avvenne nel 1942, quando anche nella colonia la discriminazione venne avviata con modalità sempre più brutali, destinate ad acuirsi ulteriormente con l’ingresso in territorio libico delle truppe inglesi.

 

L'evacuazione forzata in Italia

Nel giugno 1940 in Libia risiedevano circa 1600 ebrei con cittadinanza francese, tunisina, marocchina, mentre 870 ebrei erano titolari di cittadinanza britannica, a seguito soprattutto di immigrazioni provenienti da Malta e Gibilterra. Per tutti il governatore Balbo aveva già previsto misure di internamento, che tuttavia non avevano potuto essere applicate che parzialmente per mancanza di mezzi e finanziamenti.3

Una decisione definitiva sulla evacuazione dal territorio libico di tutti i cittadini stranieri maturò l’8 settembre 1941 con l’invio al ministero dell’Africa Italiana da parte del governatore Bastico del seguente dispaccio:

Imprescindibile necessità reprimere spionaggio insito elementi infidi ed anche alleggerire peso rifornimento popolare civile mi ha indotto a disporre allontanamento da zone operazioni militari (cioè da intera Libia) di tutti gli stranieri senza distinzione ed eccezione alcuna. Partenza avverrà con successivi convogli a decorrere da settimana prossima (...) Con primo convoglio partiranno 1970 ebrei stranieri. (...) prego disporre accordo Ministero Interno località di destinazione.4

La realizzazione del piano di evacuazioni invocato da Bastico inizia nel gennaio 1942, a cura del ministero dell’Interno che predispone l’internamento in territorio metropolitano di varie centinaia di cittadini stranieri di potenze nemiche (tra cui greci, anglo-maltesi, inglesi) e di buona parte dei sudditi inglesi di «razza ebraica».
Secondo lo storico Carlo Spartaco Capogreco, «nei primi mesi del 1942 furono deportati in Italia 263 ebrei libici con cittadinanza britannica, 225 membri della locale comunità greco-ortodossa, 1900 maltesi, ed altri stranieri». Salvo i casi di «comprovata pericolosità», viene precisato, tutti gli individui arrivati dalla Libia furono avviati inizialmente in centri di accoglienza predisposti dall’Ispettorato servizi di guerra, come fossero normali sfollati italiani.5
Il primo gruppo di ebrei anglo-libici, insieme ai maltesi con passaporto inglese e ai greci, furono raggruppati il 13 gennaio 1942 nella scuola Roma, a Tripoli, poi condotti all’imbarco per l’Italia. Il viaggio avvenne a bordo della motonave Monginevro, che dopo pochi giorni approdò a Napoli, dove i passeggeri furono sottoposti a visite mediche allo scopo di evitare il diffondersi di eventuali epidemie nel territorio del Regno.

Dopo essere stati costretti ad abbandonare le loro case e possedimenti, autorizzati a portare in una valigia i pochi beni di immediata utilità, gli ebrei «tripolini», come comunemente sarebbero stati descritti, si trovarono a vivere in una condizione di grande incertezza sul loro futuro e il luogo di destinazione finale. Per di più la partenza era stata ordinata soprattutto per vecchi, donne e bambini, mentre molti degli uomini ritenuti utili al lavoro coatto erano stati destinati al campo di concentramento istituito dalle autorità italiane a Giado, una vecchia caserma italiana situata nel deserto del Gebel, oppure in quello di Sidi Azaz, vicino a Tripoli; se imbarcati per l’Italia invece, all’arrivo erano stati separati dai famigliari e internati in luoghi diversi.

Secondo Liliana Picciotto gli ebrei con cittadinanza britannica trasferiti dalla Libia all’Italia furono un totale di quasi 400 persone; 389 quelle puntualmente elencate da Anna Pizzuti.6 I deportati (non solo gli ebrei anglo-libici) furono divisi in 4 gruppi destinati ai campi o luoghi di internamento di: Civitella del Tronto (107 persone), Civitella della Chiana (51 persone di cui 27 tra donne e bambini) e Badia al Pino, vicino ad Arezzo, Bagno a Ripoli (77 uomini) in provincia di Firenze, e Pollenza in provincia di Macerata. Con successivi trasporti altri gruppi di anglo-libici furono invece destinati al cosiddetto internamento libero nei due comuni di Camugnano e Bazzano in provincia di Bologna; quelli ancora più tardivi si trovarono dispersi in vari comuni in provincia di Modena (San Felice Sul Panaro, Cavezzo, Medolla, Nonantola, Modena, Casinalbo, Fiumalbo, Bastiglia) e a Ferramonti, in provincia di Cosenza.7

La quasi totalità degli ebrei anglo-libici internati in Italia riuscì a sopravvivere al periodo bellico, poiché non vennero destinati allo sterminio ad Auschwitz-Birkenau, come avvenne per gli ebrei italiani e quelli stranieri catturati in Italia, ma furono inviati principalmente nel lager di Bergen Belsen, dove erano riuniti gli ebrei arrestati in Europa che erano titolari di nazionalità neutrale, britannica, americana o di altra nazione non occupata dalla Germania, considerati sostanzialmente ostaggi in attesa di eventuale scambio con cittadini e soldati tedeschi in mano alleata.
Un primo gruppo di ebrei anglo-libici raggiunse Bergen Belsen nel febbraio 1944 proveniente dal campo di Fossoli, dove erano stati via via concentrati nella parte del cosiddetto «campo vecchio», sottoposta ancora a controllo italiano, a differenza del «campo nuovo», in mano tedesca.8 Questi ebrei «tripolini» - tra i quali si trovavano coloro che provenivano dall’internamento a Camugnano, località dell’appenino bolognese - furono trasferiti nel novembre 1944 da Bergen Belsen al campo di Vittel, in Francia, in attesa di eventuale scambio. Qui gli anglo-libici provenienti da Camugnano trovarono un altro gruppo di ebrei libici che - caso particolare - era stato inizialmente imprigionato nel campo di Reichenau, presso Innsbruck, provenienti dall’internamento a Bazzano.

Un ulteriore gruppo di ebrei anglo-libici fu internato invece nel campo abruzzese di Civitella del Tronto fino a quando vennero avviati verso il campo di Fossoli, che raggiunsero il 6 aprile 1944. Vi rimasero fino al 16 maggio 1944, data in cui furono messi in partenza per Belrgen Belsen, dove arrivarono il 20. Il 16 novembre 1944 furono infine spostati nel campo di Biberach, in Baviera, dove sarebbero stati liberati dalle truppe francesi il 23 aprile 1945.

Alla fine della guerra, dopo varie vicissitudini, molti dei quasi 400 ebrei anglo-libici riuscirono a ritornare nella loro terra d'origine, in parte passando dal Portogallo. Ma vi rimasero solo pochi anni, poiché a causa delle persecuzioni anti ebraiche messe in atto dai nazionalisti arabi, che sfociarono anche in alcuni violenti pogrom, la maggior parte avrebbe scelto l’emigrazione verso il nuovo stato di Israele. Un totale di 36.730 ebrei libici fecero Aliyah verso Israele, di cui 30.972 tra il 1948 e il 1951.9 La guerra dei Sei Giorni, nel 1967, avrebbe dato il via alla emigrazione dell’ultimo gruppo rimasto.

In questa sede approfondiremo la vicenda dei due gruppi di ebrei anglo-libici internati in provincia di Bologna, dal loro internamento nelle località di Camugnano e Bazzano alla loro deportazione rispettivamente a Bergen Belsen e Reichenau, poi entrambi a Vittel, in territorio francese.


L'internamento a Camugnano

Gli ebrei anglo-libici che sarebbero stati sottoposti a «internamento libero» a Camugnano, giungono nella località appenninica bolognese nel marzo 1942, dopo uno sbarco avvenuto a Palermo. All’arrivo in Italia la maggior parte degli uomini erano stati separati per essere internati nel campo di Bagno a Ripoli.
Il trasferimento nella località appenninica emiliana di un contingente di 44 «ebrei inglesi» giunti la sera precedente a Bologna, dove erano stati alloggiati in un dormitorio situato in via Cirene (nel quartiere, appunto, della Cirenaica, oggi denominata via Francesco Sabatucci) avviene il 14 marzo 1942 per mezzo di tre torpedoni, che fanno sosta dapprima nei pressi della stazione ferroviaria - dove nel ristorante del Dopolavoro ferroviario è dato loro un panino, del formaggio e una arancia, oltre a un bicchiere di latte ai bambini – per proseguire poi fino a Camugnano.

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I dettagli del trasferimento emergono da un rapporto del Commissario aggiunto di P.S. Gerbino, che riferisce anche dei primi gravi problemi che subito si presentano all’arrivo.10

Alle ore 13,30 assieme all’Avv. Prati della Prefettura ci siamo avviati [da Bologna] per Camugnano e ci siamo trovati subito di fronte ad impreviste difficoltà, giacché i 40 posti che il Municipio aveva a suo tempo fatto conoscere di avere a disposizione, erano tutti presso famiglie privati ed alberghi, e data la sporcizia degli internandi, di cui parte indigeni, non era possibile consentire tale forma di alloggiamento, anche perché si è presto venuto a conoscere come la popolazione (che forse si attendeva ricchi ebrei inglesi!), ne ricusasse la ospitalità.

Preso atto della situazione, l’amministrazione del Comune, scartato un primo edificio di emergenza ritenuto inadatto perché con muri cadenti, decide di farsi carico degli anglo-libici depositandoli provvisoriamente in un salone del palazzo municipale, fatto riscaldare appositamente con una stufa e cosparso di paglia sul pavimento, mancando in quel momento qualsiasi letto o altro giaciglio. Ad opera della locale fiduciaria del Fascio femminile viene poi distribuita una cena composta da «latte, surrogato, pane, ulive e formaggi, che - si evidenzia nel rapporto con un certo orgoglio - ha dato adito a spontanee manifestazioni di gratitudine da parte degli assistiti, che hanno potuto accorgersi come noi italiani con sudditi di stati nemici, non sappiamo allontanarci da quei principi di umanità che hanno sempre fatto onore alla nostra Patria». Osservava lo stesso relatore subito dopo come «Gli internati sono in uno stato pietoso: alcuni sono veri e propri indigeni e indossano, secondo il costume locale, il baracano. Altri sono europeizzati e parlano quasi bene l’italiano. Tutti hanno manifestato simpatia per l’Italia, asserendo di essere sudditi inglesi soltanto per origine, perché tali erano i loro antenati».11

Come risulta da un secondo rapporto dello stesso Gerbino del giorno 19 marzo, il giorno dopo l’arrivo veniva predisposta una visita medica e una «bonifica sanitaria» degli internati, in preparazione del trasferimento in un alloggio definitivo.12 Le loro condizioni vengono definite soddisfacenti nella relazione, salvo alcuni casi di tracoma. Una delle donne risulta incinta. Nella relazione si riporta che tali ebrei «hanno vivo desiderio di essere riuniti ai propri congiunti, internati in provincia di Firenze, o per lo meno di poterli vedere per qualche giorno, data la loro assenza da circa due anni da Bengasi». E aggiunge: «Tutte le famiglie (…) hanno sollecitato l’invio dei bagagli lasciati a Palermo, facendo presente che non hanno come cambiare gli indumenti; per ovviare provvisoriamente in ogni modo a tale inconveniente, il Comune di Camugnano provvederà a distribuire il necessario», cosa che in effetti sembra essere avvenuta.

Nel frattempo proseguono le ricerche per un alloggio definitivo che, nonostante alcuni colloqui infruttuosi con proprietari della zona, dopo alcuni giorni sarebbe stato individuato in una casa colonica disabitata situata appena fuori il paese, in via Roma n. 57, in località decritta come «Pontegatti» (in realtà Pontegazzi), presa in affitto  - dopo aver vinto certe resistenze - dalla madre del locale ufficiale sanitario per la cifra di lire 550, composto da 6 vani tra piano terreno e primo piano, da «riattarsi» ad inizio e fine della locazione, con lavori previsti di durata settimanale. Lì vengono fatte giungere per ciascun internato una branda pieghevole e due coperte di lana (provenienti dai depositi bolognesi del «P.N.F. - Gioventù Italiana del Littorio, Ufficio Tendopoli - Logistico e delle Manifestazioni»), oltre a «N. 63 colli di indumenti e generi vari appartenenti ai 44 sudditi inglesi internati dalla Libia».13

Inizia così l’internamento nella località sull’appennino bolognese, situata a 692 mt. di altitudine, non lontano dal confine con la regione toscana. La sorveglianza è affidata a visite periodiche dei carabinieri in servizio nel comune, facilitate dal fatto che il fabbricato si trovava a metà strada tra la loro stazione e il Municipio. Per il mantenimento, come da disposizioni ministeriali comunicate dalla prefettura bolognese attraverso un telegramma, viene corrisposta la somma di «lire otto al giorno ai capi famiglia et rispettivamente lire quattro e tre al giorno mogli e figli minorenni nonché indennità alloggio lire cinquanta mensili capifamiglia».14

Il contingente di 44 internati risulta inizialmente composto da ben 11 diversi nuclei familiari, variabili da un minimo di due ad un massimo di otto persone. Complessivamente sono 30 i minori di 18 anni, solo due gli uomini, di 50 e 70 anni, per il resto donne.15 Altri 9 internati anglo-libici avrebbero raggiunto Camugnano successivamente, portando il totale degli internati in quella località fino a 53.16

Le condizioni di vita in una vecchia casa colonica prevista per circa otto persone, che deve invece ospitarne 44 e più, non sono certo ideali, stante il grave sovraffollamento, come viene puntualmente rilevato nel corso della visita che il 14 e 15 dicembre 1942 è effettuata dai signori Steffen e Braunn, ispettori della Legazione Svizzera – Servizio Interessi Stranieri, organismo incaricato di sorvegliare gli interessi britannici in Italia anche in tema di prigionieri di guerra e internamenti (rifornendoli di beni di prima necessità), accompagnati dall'Ispettore generale di P.S. Comm. Dr. Carlo Rosati. L’ispezione avviene in tutti i luoghi di internamento di «stranieri sudditi di Stati nemici» delle provincie di Firenze e Bologna, incluse entrambe le sedi di internamento bolognesi di Bazzano e Camugnano, e porta alla redazione di un rapporto piuttosto severo, inoltrato anche al ministero degli Affari Esteri a fine gennaio 1943, che porterà i rappresentanti del Governo Britannico a lamentare il ritardo nella messa in opera dei miglioramenti promessi dalle autorità comunali delle due località emiliane in occasione della ispezione.17

Sul luogo di internamento di Camugnano, un estratto del rapporto, di compilazione italiana, riporta le seguenti informazioni.

Camugnano. Clima: in estate fresco e piacevole, freddo nell’inverno, ma secco e salubre. Abitazione: Come Bazzano. I 50 anglo-maltesi [sic!], di razza ebraica provenienti dalla Libia, sono tutti alloggiati in modo molto primitivo in una vecchia casa di campagna vicino al villaggio. Vi sono solamente quattro stanze che sono troppo piccole, anche per contenere i letti necessari. In tutta la casa vi sono solamente due stufe che devono servire anche per la cucina di 9 famiglie, Vi sono solamente le necessarie brande pieghevoli con due coperte, senza materasso di paglia, né altra mobilia. Le stanze sono sovraffollate e non vi è qualsiasi possibilità di separazione fra bambini, adolescenti e adulti, genitori e figli cresciuti. Noi fummo impressionati di questa povera sistemazione e insistemmo fortemente perché fossi provveduto immediatamente per pagliericci, tavole, sedie e panche e perché alcuni degli internati fossero trasferiti altrove. Installazioni sanitarie:  Vi sono due Wc. In buone condizioni ed acqua sufficiente. Però vi è solamente un piccolo lavandino per l’uso personale di tutti gli internati e per la lavanderia. Benchè non si sia rilevato alle autorità locali che questo era assolutamente insufficiente ci è sembrato che esse non erano al momento disposte ad apportare migliorie. Noi abbiamo fatto premure per una immediata soddisfacente soluzione e finalmente abbiamo ottenuto la promessa che sarà costruita una lavanderia provvisoria. Rifornimento viveri: Gl internati si sono lamentati sull’impossibilità di ottenere la loro razione di latte specialmente per i bambini e per gli anziani. Inoltre la fornitura di verdura è molto scarsa. Questo fatto è molto deplorevole perché gli internati hanno rinunziato alla carne essendo essi di religione ebraica. Essi trovano una grande difficoltà per ottenere formaggio al posto della carne. Dalle indagini da noi fatte immediatamente sul posto ci risulta che sarà fatta una fornitura regolare di latte e patate e che in futuro gli internati avranno almeno la loro minima razione di cibo prescritto. E’ strano che questo ordine venne dato lo stesso giorno della nostra ispezione. Impressione generale: Siccome la casa è sovraffollata, noi abbiamo suggerito il trasferimento di una famiglia numerosa in altro luogo in modo che vi sia spazio sufficiente per quelli che rimangono. Abbiamo ricevuto promesse precise al riguardo dalle competenti autorità. Il morale degli internati non è molto buono, essi preferirebbero vivere in gruppi famigliari separati come in Libia, ma ciò non è possibile nelle presenti circostanze. Essi soffrono realmente per il clima freddo, ma avendoci le autorità detto non è il caso di pensare al trasferimento in località più bassa di tutti quanti questi internati in epoca vicina, essi dovranno passare l’inverno a Camugnano; il che significa per essi un grave disagio.18

Nei mesi successivi quanto denunciato dagli ispettori diviene oggetto di dibattito tra le varie autorità italiane, ministeriali, di prefettura, di polizia locale e comunali.
Il commissario prefettizio di Camugnano informa il 16 febbraio 1943 il Prefetto di Bologna di aver provveduto intanto (quindi solo allora) alla distribuzione della paglia, di avere disposto per la sostituzione di cinque brande resesi inservibili e di aver fatto aggiustare la tubazione dell’acqua potabile, danneggiata, a suo dire, dagli stessi internati. Per il lavatoio nuovo era stata richiesto per ora solo un preventivo di spesa.

In un nuovo rapporto per il prefetto redatto il 5 marzo 1943 da un Commissario aggiunto di P.S. Stefano De Stefano, che aveva effettuato una visita a Camugnano insieme al Ragioniere capo della prefettura e al Medico provinciale aggiunto, si rileva che la sistemazione degli internati «è effettivamente alquanto deficiente e che nel complesso le loro condizioni non appaiono completamente soddisfacenti». Il lavatoio non era ancora stato costruito e mancavano «sedie, tavoli e ogni altra suppellettile». Inoltre si specificava:

La casa è composta di quattro piccoli ambienti e da due cameroni. In uno di questi vi abitano N. 15 persone e nell’altro 17, componenti vari nuclei familiari, di modo ché si verifica effettivamente un eccessivo affollamento ed una certa promiscuità. Però è da rilevare in detti cameroni alloggiano solo donne e bambini, questi in maggior numero, essendovene ventidue di età inferiore ai quindici anni, mentre gli uomini con le loro famiglie occupano le camere separate. Anche le condizioni sanitarie degli internati sono alquanto precarie, una gran parte dei bambini ha la tosse, ciò in dipendenza dell’attuale stagione ed anche perché le porte d’accesso alla casa sono lasciate aperte per i continuo andirivieni degli alloggiati. Vi sono inoltre numerosi casi di tracoma e di scabbia che però vengono curati con i mezzi a disposizione (alcuni degli ammalati sono autorizzati a recarsi settimanalmente presso la locale Clinica Oculistica).19

In conclusione si suggeriva di provvedere in qualche modo a far diminuire il numero degli internati, trovando ulteriori alloggi in zona (compito ritenuto però di difficile realizzazione, in considerazione anche dello sfollamento dalle città della popolazione italiana), oppure di trasferirli in altri Comuni.

Ancora il 2 luglio 1943 tuttavia il Questore di Bologna si doveva lamentare con il Prefetto che a Camugnano né il divisorio destinato a separare gli spazi abitativi di uno dei cameroni dall’accesso all’unica ritirata, né la promessa imbiancatura, né la costruzione di un lavatoio (la cui spesa era stata già autorizzata) erano ancora state realizzate dall’autorità locale, che si suggeriva venisse energicamente richiamata ad adempiere quanto disposto.20 In data 7 aprile 1943 invece si era finalmente provveduto a trasferire 15 degli internati «ebrei inglesi» - quattro interi nuclei famigliari - da Camugnano al «Campo di Concentramento Internati Civili ‘Villa Oliveto’ (Civitella della Chiana)», mentre altri 3 in date diverse erano stati trasferiti a Bazzano, dove avevano dei famigliari, riducendo quindi a 35 persone il contingente internato a Camugnano alla fine dell'estate 1943.21


L'internamento a Bazzano

L’internamento di ebrei anglo-libici nel territorio del comune di Bazzano si svolse con modalità molto simili a quelle che abbiamo visto caratterizzare i correligionari inviati a Camugnano.  Come già emerso nel corso delle ricerche effettuate dalla studiosa Aurelia Casagrande sulla base della documentazione conservata negli archivi del Comune di Bazzano, l’internamento avvenne in una casa colonica, all’epoca isolata nella campagna, denominata «Bagantona», dove a più riprese tra l’aprile 1942 e la fine del settembre 1943 giunsero complessivamente 58 persone, di età compresa tra 1 e 72 anni, alle quali si aggiunsero 2 bambini nati nati durante l’internamento.22 Queste 60 persone -  appartenenti a 9 diversi gruppi familiari, alcuni dei quali imparentati tra loro - provenivano dalle città libiche di Barca, Bengasi e Tripoli, e prima arrivare nella località modenese erano state già internate per periodi più e meno lunghi nel campo di Civitella del Tronto (TE), in quello di Bagno a Ripoli (FI), in quello di Castelnuovo ne’ Monti (RE), e a Camugnano (BO).
Da quanto esposto nei vari rapporti già citati per il gruppo di Camugnano, compilati dalle autorità italiane e a seguito della ispezione della Legazione Svizzera, emerge un quadro che testimonierebbe una leggermente migliore sistemazione abitativa, ma anche in questo caso una situazione sanitaria critica, quanto meno nel corso del primo anno di internamento.

Così si esprimevano gli ispettori (sempre secondo quanto riassunto dai compilatori italiani), alla metà del dicembre 1942:

Bazzano. Clima: dolce in estate, ma molto umido e nebbioso nell’inverno. Abitazione: Le stanze sono pulite e tutte equipaggiate con stufe dove gli internati preparano anche il loro cibo però, oltre ai letti, non vi è mobilia. Abbiamo insistito perché ogni stanza sia immediatamente ammobiliata con un tavolo e qualche seggiola, o almeno panche. Installazioni sanitarie: Assolutamente insufficienti. Vi è solamente una ritirata che è usata da tutti gli internati di ambo i sessi e di ogni età. Detta ritirata dista 25 metri dal fabbricato. Questa situazione è intollerabile per donne e bambini come anche per gli anziani specialmente di notte e con cattivo tempo. Vi è una ritirata nella casa; ma, dato il pericolo di infiltrazione nel vicino pozzo dell’acqua da bere, non può essere usata. Per essere sicuri che l’acqua potabile è assolutamente incontaminata, come le autorità dichiararono, abbiamo ordinato un’analisi da eseguirsi da un ufficiale sanitario. Inoltre vi è solamente un piccolo lavandino dove gli internati devono anche lavare i loro indumenti. Noi abbiamo richiamato l’attenzione delle competenti autorità, su queste condizioni impossibili. Abbastanza vicino alla casa noi abbiamo trovato una capanna che potrebbe essere facilmente trasformata in lavanderia.23

Come emerge da una relazione del Prefetto di Bologna, dott. Salerno, al ministero dell’Interno e Direzione generale di P.S. del 12 marzo 1943, a seguito della ispezione della Legazione Svizzera, per rimediare ai problemi da quella denunciati era stata istituita dal Prefetto una piccola commissione composta dal Medico provinciale, da un funzionario di P.S. e dal Ragioniere capo della prefettura, incaricata di «accertare quali fossero le effettive condizioni di detti internati e quindi attuare le provvidenze ritenute necessarie per una più conveniente sistemazione di quelle comunità».24 Si specificava inoltre:

Per quanto riferiscesi a Bazzano detta commissione ha rilevato che pur esistendo  un certo affollamento determinato dal fatto che in appena nove camere alloggiano 50 persone, le condizioni sono nel complesso soddisfacenti, in quanto ogni famiglia dispone di una propria camera, oltre ai servizi in comune; la pulizia è assicurata e nel complesso gli internati si sono mostrati soddisfatti, anche perché, trattandosi di persone di ceto molto modesto, le condizioni di vita attuale non sono affatto differenti da quelle in cui vivevano abitualmente.

Nello stesso rapporto si comunicava di aver provveduto a far riattivare la latrina interna, e «alla messa in opera di una vasca per il bucato e sono state impartite disposizioni perché sia costruita una lavanderia in un locale attiguo al fabbricato, che possa eventualmente servire anche come gabinetto da bagno». Era stata disposto per l’imbiancatura di tutti gli ambienti, la verifica dei pagliericci e delle brande e «per la consegna immediata di tavoli e panche nel numero ritenuto necessario».

Attingendo dalla fonte dei documenti conservati nell’archivio comunale di Bazzano, la studiosa Aurelia Casagrande riporta le seguenti informazioni sulla vita quotidiana degli internati.

Nonostante i rigorosi controlli e i numerosi divieti, le autorità locali assecondarono sempre le richieste degli internati, quando si trattava di agevolarne le pratiche religiose. E infatti quando fu necessario provvedere alla circoncisione dei due bambini nati in loco, il podestà permise l’arrivo a Bazzano del rabbino di Bologna. Allo stesso modo, in occasione della Pasqua ebraica, vennero forniti agli internati gli ovini da macellare secondo la loro usanza. Agli ebrei fu inoltre permesso di allontanarsi dalla «Bagantona» per andare a lavorare in paese. Alcuni di loro, infatti, debitamente segnalati alla Questura e sorvegliati, vennero autorizzati a lavorare chi presso la segheria di Bazzano, chi presso un elettricista, chi nello stabilimento per la lavorazione della frutta, mentre il Comune, per conto del Ministero dell’Interno, corrispondeva a ciascuna famiglia un modestissimo sussidio giornaliero per garantirne la sopravvivenza.25

Sia a Bazzano che a Camugnano furono frequenti i richiami alle autorità locali - anche da parte della popolazione italiana - per un più stretto controllo sugli internati, che talvolta erano accusati di essere tra gli autori di piccoli furti che si verificavano in zona. A Camugnano, in particolare, nell’autunno 1942 si arrivò a ipotizzare di impedire agli internati di allontanarsi oltre 50 metri dall’abitazione per tutta la durata della stagione di maturazione delle castagne per impedirne una raccolta abusiva da parte loro. Non è chiaro se la disposizione fu poi emanata.26 Ciononostante Giulia Cohen, che fu da bambina internata a Camugnano, ricorderà in una intervista nel dopoguerra anche una festa insieme alla popolazione locale accompagnata dalla musica di una fisarmonica, avvenuta nei primi tempi della sua permanenza.27

Vai alla intervista a Giulia Cohen.

In generale possiamo parlare di una situazione di relativo isolamento dei gruppi di internati stranieri nel territorio italiano, ebrei e non ebrei, voluto dalle autorità italiane per evitare il più possibile i contatti con la popolazione, adducendo anche la scusa, non del tutto infondata in certi casi, di possibili contagi sanitari, ma soprattutto per ragioni politiche. Questo isolamento - comunque variabile da una situazione all'altra - contribuì a rendere spesso ignari gli internati del pericolo incombente a seguito della occupazione tedesca, e quando il 30 novembre 1943 venne emesso l’ordine di polizia n. 5, con cui il governo della Repubblica di Salò ordinava l’invio in campo di concentramento di tutti gli ebrei abitanti in Italia, molti di essi furono colti di sorpresa, anche se, come vedremo, non dappertutto il rastrellamento potè essere messo in atto immediatamente. Una piccola parte degli internati stranieri - tra i quali anche alcuni ebrei anglo-libici - riuscì comunque a nascondersi e a raggiungere la Svizzera o gli Alleati.

Segue nella sezione Dall'internamento alla deportazione

NOTE:

1 Sulla storia della presenza ebraica in Libia dalle origini al perdiodo coloniale italiano: Renzo De Felice, Ebrei in un paese arabo. Gli ebrei nella Libia contemporanea tra colonialismo, nazionalismo arabo e sionismo (1835 – 1970), Il Mulino, Bologna 1978; Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia. Vol. 2, Mondadori, Milano 1997. Sulle politiche adottate dalle autorità coloniali itaiane verso la popolazione ebraica in Libia nel periodo bellico e le misure di internamento in Italia e successive deportazioni nei lager nazisti: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004; Liliana Picciotto, Ebrei turchi, libici e altri, deportati dall'Italia a Bergen Belsen, Rassegna mensile di Israel, LXXVI, 3, 2010, ed. Giuntina , Firenze 2010; Maurice M. Roumani, L'espulsione degli ebrei libici in Tunisia nella Seconda guerra mondiale e il bombardamento a La Marsa, Rassegna mensile di Israel, LXXXIII, 2/3, 2017, ed. Giuntina, Firenze 2017. Per questo contributo siamo particolarmente debitori alle approfondite ricerche di Anna Pizzuti, pubblicate nel sito www.annapizzuti.it, in particolare: La colonia libica: 1938 - 1943, Progetto REMSHOAH, sezioni: Gli ebrei nelle colonie italiane durante la seconda guerra mondiale; La colonia libica 1938 - 1943 (PDF); Giulia Cohen racconta (video formato MPG). Inoltre: Anna Pizzuti, Giulia Cohen Tells Her History. From Benghazi to Bergen Belsen, Passing through Italy (1942-1944): Testimony, History, in: Giovanni Orsina, Andrea Ungari (a cura di), The “Jewish Question” in the Territories Occupied by Italians 1939-1943, ed. Viella, Roma 2019.

2 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, cit., p. 97.

3 M.M. Roumani, L'espulsione degli ebrei libici in Tunisia, cit., p.14.

4 A. Pizzuti, Gli ebrei nelle colonie italiane, cit., p.12.

5 C.S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 89.

6 Vedi apposite tabelle in www.annapizzuti.com.

7 I dati sono riferiti da A. Pizzuti, Gli ebrei anglo-libici, in www.annapizzuti.com.

8 Sui trasporti di ebrei dall'Italia a Bergen Belsen, vedi L.Picciotto, Ebrei turchi, libici e altri, deportati dall'Italia a Bergen Belsen, cit. p. 253.

9 Sulle emigrazioni in Israele dalla Libia vedi: Chiara Renzo, “Attraversarono il mare su terra asciutta”: gli ebrei di Libia nei campi profughi in Italia e nel regime internazionale dei rifugiati (1948-1949). Italia Contemporanea - Sezione Open Access, (295), https://journals.francoangeli.it/index.php/icoa/article/view/11881.

10 Archivio di Stato di Bologna - Fondo Prefettura di Bologna. Ufficio A.B.E. (Asportazione Beni Ebraici) 1938-1945, fascicolo Ebrei sudditi inglesi internati a Camugnano (d'ora in avanti ASBO), relazione del comm. Gerbino, 15 marzo 1942.

11 Ibidem.

12 ASBO, relazione comm. Gerbino, 19 marzo 1942.

13 ASBO, P.N.F. Gioventù Italiana del Littorio, nota di consegna n. 160, 15 marzo 1942.

14 ASBO, Prefettura Bologna a Questore e Commissario prefettizio Camugnano, 21 marzo 1942.

15 ASBO, Comune di Camugnano, Elenco degli ebrei sudditi inglesi internati a Camugnano, 18 aprile 1942.

16 Vedi apposite tabelle in www.annapizzuti.com.

17 Vedi in ASBO varia documentazione del febbraio-marzo 1943.

18 ASBO, Ministero dell'Interno, Estratto di una relazione degli ispettori della legazione di Svizzera in occasione della visita 14-15 dicembre 1942 nella provincia di Bologna, 3 marzo 1943.

19 ASBO, rapporto del Commissario aggiunto di P.S. Stefano De Stefano, 5 marzo 1943.

20 ASBO, Questore di Bologna a Prefetto, 2 luglio 1943.

21 ASBO, Questura di Arezzo a Questura di Bologna, 7 aprile 1943.

22 Vedi apposite tabelle in www.annapizzuti.com.

23 ASBO, Ministero dell'Interno, Estratto di una relazione degli ispettori della legazione di Svizzera in occasione della visita 14-15 dicembre 1942 nella provincia di Bologna, 3 marzo 1943.

24 ASBO, Prefetto di Bologna a ministero dell'Interno, 12 marzo 1943.

25 Aurelia Casagrande, 27 gennaio 2021, Gli ebrei della “Bagantona”. In occasione della Giornata della Memoria, ripercorriamo le vicende dei 60 ebrei internati tra il 1942 e 1943, nella casa colonica della campagna bazzanese. https://www.frb.valsamoggia.bo.it/archivi/news/gli-ebrei-della-bagantona/ (consultato 1 ottobre 2023). Nell'articolo è riprodotta anche una fotografia della "Bagantona" nello stato attuale.

26 ASBO, Comune di Camugnano a Questore di Bologna, 17 ottobre 1942.

27 Anna Pizzuti, Giulia Cohen Tells Her History. cit., p. 206.


FOTO:

1) Ebrei libici in una cartolina di epoca coloniale.

2) Due donne ebree libiche in costumi tradizionali.

3) Una famiglia ebrea libica.

 

 

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