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I TESTIMONI, LA MEMORIA
testimonianza di

Benatti Antonino

Nato il 16 gennaio 1921 a Cento (FE)
Residente a Cento (FE)
Arrestato il 12 ottobre 1944 a Cento (FE)
Luoghi di detenzione: carcere di Cento, campo OT di Gambulaga, campo GBA di Fossoli
Luoghi di lavoro nel Reich: Berlino-Marienfelde
È sopravvissuto

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nessun numero assegnato

Testo tratto da: Benatti Antonino, La Resistenza a Cento nel Ventennale della celebrazione. Un partigiano racconta. A cura dell’A.N.P.I. di Cento, Tip. Bagnoli, Pieve di Cento (Bo), 1965

Dopo tre giorni di permanenza nel campo di Fossoli, fummo incolonnati e condotti alla stazione [si tratta con probabilità di uno scalo di Verona o dintorni]. Fummo caricati su vagoni per bestiame (oltre 40 ogni vagone) e partimmo per destinazione ignota. Nei vagoni chiusi ermeticamente filtravano poca aria e luce attraverso piccole grate poste in alto. Poichè dovevamo soddisfare i nostri bisogni corporali, là dentro l’aria maleodorante era quasi irrespirabile. Faceva freddo e, per scaldarci un po' stavamo vicini gli uni agli altri. Non sapendo quale sarebbe stata la nostra sorte, eravamo come ammutoliti: nessuno trovava la forza di parlare.

Dopo due giorni e due notti di viaggio il treno giunse alla stazione di una città tedesca all’imbrunire. I soldati tedeschi di scorta al convoglio ci fecero scendere; così potemmo sgranchirci le gambe indolenzite. Con grande meraviglia da parte nostra, alcune crocerossine ci offrirono una zuppa calda di orzo cotto. Fatti risalire sul treno, sotto la sorveglianza di un soldato tedesco per ogni vagone, che questa volta fu lasciato aperto, ripartimmo. Il viaggio durò tutta la notte e il giorno seguente, interrotto da lunghe fermate, dovute forse ai danni causati alla linea ferroviaria dai bombardamenti aerei, Di notte il treno si fermò in una stazione importante. Data l’oscurità non ci riuscì di leggere il nome della città in cui eravamo giunti. In quel momento si udì l’urlo lacerante delle sirene: era il segnale di allarme aereo. I soldati tedeschi se la diedero a gambe levate. Noi tutti scendemmo dai vagoni e ci disperdemmo, chi da una parte chi dall’altra, cercando di allontanarci dalla stazione. Ad un certo punto ci imbattemmo in una colonna di civili tedeschi e li seguimmo mentre si udiva sempre più distintamente il sinistro rombo degli aerei che stavano arrivando. Scendemmo tutti in un buncher (rifugio) scavato a circa 20 metri di profondità che poteva ospitare fino a 2000 persone, Laggiù vedemmo delle camere riservate ai vecchi ammalati che rimanevano là in permanenza, assistiti da infermieri, Un infermiere, accortosi che non eravamo tedeschi, ci chiese chi fossimo e poi ci invitò ad uscire poiché ai prigionieri non era permesso entrare nel buncher.

Arrivò nel frattempo un soldato che, dopo averci informato che l’allarme aereo era cessato, ci fece risalire. La visione, che ci apparve appena fummo all’aperto, fu apocalittica: furiosi incendi illuminavano ovunque tutta la zona, Anche la stazione era in fiamme, Alcuni soldati tedeschi ci rastrellarono, ci condussero al treno che era stato spostato e quasi subito si ripartì per ignota destinazione, Alle prime luci dell’alba, mentre il treno continuava la sua corsa, si presentava ai nostri occhi uno spettacolo desolante: intere città, piccole e grandi, rase al suolo.

La notte successiva il treno sostò ai margini di un bosco sotto un terribile bombardamento. Non ci fu consentito discendere dai vagoni; le bombe scoppiavano a poche decine di metri e lo spostamento d’aria ci scagliava gli uni contro gli altri. Pareva il finimondo. Eravamo letteralmente terrorizzati: chi piangeva, chi chiamava per nome la moglie e i figli, chi invocava la mamma. Il bombardamento cessò non senza aver provocato numerosi morti.

Noi superstiti fummo avviati in una baracca di legno e fatti spogliare; poi ci diedero un paio di pantaloni e una giacca leggerissimi e due coperte di misura assai ridotta. Quello doveva essere il nostro corredo invernale. Sapemmo più tardi che ci trovavamo a Berlino.

Dopo essere stati rifocillati con una zuppa di orzo e cinquanta grammi di pane nero, all’alba, ci divisero in tanti gruppi ed avviati, parte in treno e parte a piedi, a destinazione. Nel mio gruppo, composto di circa 60 persone, rimasero con me altri due partigiani di Cento. Ci incamminammo a piedi sotto buona scorta e, dopo molte ore, giungemmo al nostro lager (campo di concentramento ) [in realtà si trattava di un campo di alloggio per lavoratori civili, il campo "D4 Süd", a Mariendorf]. Esso non era tanto grande; vi sorgevano molte baracche di legno, basse e di vecchia costruzione. A ciascuno di noi fu assegnato un posto per dormire consistente in una branda a due posti di legno ed un pagliericcio con dentro pochi trucioli di legno. Al mattino sveglia alle 6,30; intirizziti dal freddo, fummo incolonnati e condotti a Marienfelde, un sobborgo di Berlino, in una grande fabbrica denominata Imler-Benz [Daimler-Benz], dove si costruivano carri armati. Un impiegato, dopo aver scritto le nostre generalità, affidò ad ognuno il suo lavoro. Io fui assegnato al reparto montaggio dei cambi per carri armati assieme a due anziani tedeschi. Da quel momento cominciò la dura e insopportabile vita del lager.

(…) In quella fabbrica dove fui introdotto lavoravano prigionieri di varie nazionalità: italiani, francesi, polacchi, svedesi, norvegesi, e in maggioranza russi. Restai sconcertato del loro aspetto: essi parevano scheletri viventi. Ci furono consegnati una gamella e un cucchiaio di bachelite e a mezzogiorno, divisi per nazionalità, fummo messi in fila indiana per ritirare la razione del vitto che consisteva in una brodaglia di verdura e 50 grammi di pane nero. Quante calorie potesse dare un simile pasto è facile immaginare!

Mi resi subito conto della causa del deperimento organico di quei poveri disgraziati, costretti a lavori pesantissimi. Uguale sorte purtroppo, sarebbe poi toccata anche a noi. Nel nostrocampo erano ammassati i Badogliani, considerati dai tedeschi i nemici più odiati; ad essi erano riservati i più disumani trattamenti. Non passava giorno che qualcuno non morisse per gli stenti e le privazioni. Si era ai primi di novembre del 1944. Quanto sarebbe durata la terribile guerra? Quanto la nostra agonia?

(…) Le giornate, le settimane, i mesi sembravano interminabili. Anch’io ero ridotto ormai ad uno scheletro come gli altri. Il nostro peso non superava i 40 kilogrammi; non si camminava, ma si barcollava come ubriachi. Restava solo la volontà di vivere; il fisico stava scomparendo.

[il racconto prosegue con la descrizione di alcuni episodi emblematici della difficile sopravvivenza durante l’inverno, fino ad arrivare alla primavera]

Era il mattino del 23 aprile [1945]. Tutt’intorno regnava un insolito silenzio. Indeboliti fino all’estremo, non riuscendo più a camminare, ci trascinammo carponi sino al corpo di guardia. Dei soldati tedeschi non vi era più alcuna traccia: erano tutti spariti. Noi restammo meravigliati. L’orario di inizio del lavoro era trascorso da un pezzo. Non ci rendevamo conto di quanto stava accadendo. Sfinito entrai in una baracca e mi coricai; in quel momento il mio pensiero si volse alla mia famiglia, ai miei concittadini, alla Patria che credevo non avrei più rivisti.

Intanto entrò nella baracca, dove erano altri prigionieri, un gruppo di soldati italiani che chiesero se c’era qualcuno di Ferrara. Con uno sforzo mi alzai e dissi che ero di Cento, al che uno di essi mi si avvicinò: era pure lui un centese che conoscevo; io lo chiamai per nome. Egli mi si avvicinò, mi guardò ma non mi riconobbe; gli dissi chi ero ed egli mi abbracciò e pianse per la commozione, vedendomi in quello stato pietoso. Quindi rivolto a noi tutti ci informò che i tedeschi erano in fuga, incalzati dai russi che si trovavano ormai alle porte di Berlino.

Questa notizia ci rienpì di gioia e ci ridiede la speranza nella vita. Improvvisamente il silenzio fu rotto da sibili ripetuti a brevi intervalli di tempo. Più tardi sapemmo che si trattava di proiettili sparati da un’arma russa a ripetizione, la famosa “Katiuscia”.. Verso mezzogiorno ritornò la più assoluta calma. Ai margini del lager vedemmo una ventina di soldati russi, giovani , alti e forti, armati di mitra. Abbattuti i pali che sostenevano i fili spinati, entrarono nel campo per liberarci. Eravamo in 500 prigionieri; avremmo voluto correre incontro ai nostri liberatori, ma non avevamo la forza.

(…) Nell’immediato pomeriggio certi di non più incontrare militari tedeschi, ci avviammo a gruppi verso sud. Strada facendo, avvistammo oggetti lucenti in movimento: erano le armi imbracciate dai russi della prima linea. Venuti a contatto, fummo da questi tempestati di domande e ci vennero offerti copiosamente dolciumi e sigarette; io ne accesi una e aspirai in fretta il fumo per saziare la lunga voglia da tempo patita, ma caddi svenuto: le condizioni disastrose del fisico non mi permisero si sopportarne l’effetto.

Riprendemmo il cammino e incontrammo la seconda e terza linea dello schieramento offensivo russo, poi una piazzetta piena di automezzi carichi di vettovagliamento; ci avvicinammo ad uno di questi, quasi imploranti, e fummo soddisfatti con l’offerta di diversi pani bianchi: mangiavamo alla stessa guida di animali da serraglio resi maggiormente feroci da prolungata fame. Una fame che perdurava in noi da ben 7 mesi.

[il racconto prosegue con la descrizione di una violentissima battaglia nella zona boscosa dei dintorni di Berlino a cui devono assistere prima poter riprendere il cammino]

Uscimmo, finalmente, a sera inoltrata da quel cimitero senza tumuli, coi morti a migliaia cosparsi sul terreno, mentre giganteschi carri armati, autoblinde e ogni genere di macchine belliche russi erano in movimento alla ricerca di eventuali covi di resistenza tedeschi. Avvistata una casa colonica disabitata, io e alcuni ferraresi e bolognesi entrammo per goderci un po' di riposo dopo la tremenda esperienza vissuta.

Si riprende il viaggio a piedi con frequenti soste per rifocillarci e riposarci. Arriviamo così a Luchenwalden [Luckenwalde, nel Brandeburgo], località distante circa 60 chilometri da Berlino, dove fummo fatti affluire ad un campo di concentramento già occupato da prigionieri inglesi e americani. Qui convennero ben 11 mila italiani in attesa di essere rimpatriati. Dopo alcuni giorni chiedi ed ottenni di lavorare in una officina allestita dal comando russo nel campo stesso. Rimasi in quel distaccamento circa 6 mesi (…).

Venne il giorno del commiato: dovevamo ritornare in Italia. I Russi ci fornirono pane in abbondanza e scatolette di carne. Commossi, li salutammo e li ringraziammo per averci salvato la vita. Aloro richiesta, accettai di salire sul vagone-infermeria che doveva accompagnare il nostro convoglio composto da 50 vagoni. Benché non avessi mai fatto l’infermiere, mi adoperai per riuscire utile in qualche cosa.

(…) Finalmente arrivammo a Innsbruck, città presso il confine italiano. Qui fummo fatti scendere dal treno e trasportati in un ospedale per essere sottoposti a visita medica. I malati, bisognosi di cure, furono ricoverati e gli altri fatti proseguire per l’Italia con un treno della Croce Rossa. Giungemmo così a Bolzano, ultima tappa del lungo viaggio. Là fummo accolti al suono dell’Inno di Mameli. Copiose lacrime di commozione scendevano dai nostri occhi: eravamo finalmente sul suolo della Patria, dopo così lungo calvario.


Rif: I TESTIMONI, LA MEMORIA-2005



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